Firenze e la straordinaria storia delle Chiavi della Città

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chiavi_firenzeDetenere le Chiavi della Città, significa ottenere la riconoscenza e la fiducia da parte di una intera comunità. Il sindaco di una località consegna questa onorificenza a personalità illustri che si sono contraddistinte nel campo dell’arte, della letteratura, nella musica, impegnate nel sociale, grandi comunicatori di messaggi e coraggio civico, in pratica portatori sani di Cultura.

Nel Disciplinare per il conferimento de “Le Chiavi della Città”  troviamo: “La consegna delle Chiavi della Città è accompagnata da un documento recante la motivazione e costituiscono riproduzioni verosimili delle originali chiavi relative alle tre porte di San Gallo, San Frediano e Romana“. Esiste anche un Albo Ufficiale dei destinatari delle Chiavi della Città conservato presso l’Ufficio Cerimoniale della Direzione Ufficio del Sindaco.
Le Chiavi ci riportano al Medioevo, quando le città erano fortificate e le mura erano dotate di grandi porte dalle serrature enormi. Accessi presidiati, che venivano chiusi di notte.
Avere le Chiavi significa dunque poter accedere in qualsiasi momento, perché si è conquistato il cuore della città.

Le autentiche Chiavi di Firenze sono conservate in Palazzo Vecchio dal novembre 2002

Le Chiavi di Porta San Gallo sono tornate a Firenze grazie a Joseph Roth, nipote di Cecil Roth che ne era in possesso, nel mese di maggio del 2000.
Lo storico Cecil Roth (1899-1970) molto legato a Firenze,  era un appassionato collezionista di opere d’arte dell’ebraismo italiano e, in particolare, della storia della Repubblica Fiorentina.
porta_san_galloLe quattro Chiavi dell’antica Porta San Gallo sono state donate alla Città di Firenze secondo le disposizioni testamentarie dello storico Cecil Roth durante una sontuosa cerimonia nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio.
Dopo esser state restaurate entrano nel “Museo storico topografico Firenze com’era”.

“Dopo secoli, dai magazzini di Palazzo Vecchio e dalla casa d’aste londinese di Sotheby’s, le chiavi, dopo lungo peregrinare, sono ora visibili alla cittadinanza – spiegava l’allora assessore alle tradizioni popolari, Eugenio Giani, oggi Presidente del Consiglio Regionale toscano – chiavi che aprono tre delle dodici porte che scandivano gli ingressi nell’antica città di Firenze. Il caso ha voluto che a distanza di pochi mesi dalla donazione di Cecil Roth, proprio in un armadio di Palazzo Vecchio, venissero rinvenute anche le altre due borse con le chiavi di Porta Romana e Porta San Frediano. Nessuno sapeva che quelle chiavi fossero proprio lì.
Cecil Roth
scrisse diverse lettere a Firenze per donare le chiavi, già nel 1969 all’allora sindaco Bargellini, ma non ebbe risposta.

Nel 1999 Luciano Artusi trovò una lettera di Cecil Roth e capì l’importanza dell’offerta. Da lì partirono i contatti che si concretizzarono quando mi recai a Londra per vedere la partita di calcio Arsenal-Fiorentina.

“È la fine di una lunga storia che è iniziata nel 1536 con l’assedio di Firenze da parte delle truppe spagnole guidate da Carlo V che trafugò le chiavi per impedire che le porte venissero sbarrate e la città difesa ha raccontato Joseph Roth – e dopo lunghe traversie sono entrate in possesso di un antiquario londinese. La Porta San Gallo era la più importante poiché controllava la direttrice verso il nord.
porta_san_frediano_particolare_aDopo anni di nebbie le chiavi riapparirono nel XIX secolo proprio a Firenze presso un antiquario che abitava in via Ghibellina. Dopo la sua morte, nel 1893 furono acquistate dall’antiquario Melli e vendute al collega Gallini. Il 17 maggio del 1894 le chiavi furono esportate in Inghilterra (allora il controvalore era di 100 lire).
Il 4 novembre del 1936
furono messe all’asta dalla Casa Sotheby’s e furono acquistate per tre sterline e quindici scellini dalla signora Irene Roth, moglie del professore Cecil, che le regalò al marito. Il loro valore attuale è di circa
10.000 euro”.
 Le quattro chiavi hanno un peso di due chili, sono realizzate in ferro, sono legate da una catena e sono corredate dell’antica borsa in pelle, che un tempo le conservava.

All’entrata delle porte era pagata la gabella. Secondo un’antica descrizione delle rendite e delle spese del Comune di Firenze per l’anno 1339, la gabella delle porte fruttava ogni anno al Comune 90.200 fiorini, la più alta rendita in assoluto.

porta_san_frediano_particolareLe chiavi delle porte cittadine erano realizzate, come molte delle chiavi cittadine, dai Chiavaioli iscritti alle Arti Minori di via dell’Arcivescovado a pochi passi da Santa Maria del Fiore.
Erano conservate in Palazzo Vecchio già al tempo della Repubblica, quando furono istituite ufficialmente le cariche col compito di apertura e chiusura delle porte, i cui battenti erano divisi in due scomparti: usualmente si apriva quello inferiore per far passare pedoni e mezzi.
Vi era ritagliata anche la porticciola, detta sportello, da qui passavano solo i pedoni.
Nel XVII secolo, le chiavi si definivano piccole e grosse: le une per aprire e chiudere lo sportello, le altre per aprire e chiudere i battenti più grandi.
L’attività era svolta dai Tavolaccini di Palazzo Vecchio sotto la sorveglianza del Guardaroba Maggiore, carica tra le più importanti a Corte.
Tutti i giorni dell’anno
i Tavolaccini uscivano e rientravano da Palazzo Vecchio con l’intero mazzo di chiavi per andare la mattina ad aprire le porte, un’ora dopo l’Ave Maria dell’Aurora e a chiuderle all’una di notte.
La porta veniva abitualmente serrata dagli Stradieri, mentre il Tavolaccino metteva il chiavistello e girava la chiave.
Prima di chiudere, dava l’avviso battendo il martello tre volte, così che tutte le persone e i mezzi vicini alle porte avessero il tempo di entrare o uscire. Chi era nei pressi gettava un sasso sulla porta per avvisare del suo arrivo; da qui il detto “essere alle porte coi sassi”.

Chiavi delle Porte di Firenze _ Nicola Salvioli

Il restauro o “Manutenzione straordinaria delle chiavi, targhette in ottone dorato e custodie in cuoio” si deve alla Ditta Nicola Salvioli, con la collaborazione di Chiara Martinelli.
La Ditta è specializzata in beni del patrimonio culturale realizzati in metallo e in oggetti polimaterici con composizione prevalentemente metallica, possiede un ricco know how di esperienze effettuate su manufatti archeologici, antichi, moderni e contemporanei, maturate prevalentemente in Toscana, in Italia e all’estero.
“Il giusto equilibrio fra conoscenze artigiane, nozioni storiche e competenze tecnico scientifiche e l’importanza di intervenire seguendo un modus operandi cosciente e rispettoso, ponderato e mai definitivo, costituiscono la valida base che l’azienda propone come soluzione nel campo del Restauro” spiega Nicola Salvioli, modenese classe 1976 formatosi all’Opificio delle Pietre Dure, che opera prevalentemente per Enti Pubblici, quali Soprintendenze, Comuni, Università, ma anche per Enti Ecclesiastici, Fondazioni e Privati.

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