Marino Marini a Pistoia: identità toscana nel contesto internazionale

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Dobbiamo andare a Pistoia! Tutti, proprio tutti.. per noi Toscani (etruschi) significa toccare e vedere le nostre radici vive ma, per qualunque visitatore, è il richiamo ai valori della storia umana.

In una fase così difficile della nostra storia, Marino ci fa (ri)vedere i valori della nostra terra e ciò che di importante c’è nella vita: “l’anima, l’amicizia, la vera solidarietà, il modo di convivere” (così Marino all’amico Kengiro Azuma).

Non occorre essere esperti: le sculture parlano degli uomini, le forme plastiche sono naturali ed arcaiche allo stesso tempo, le superfici raccontano in ogni centimetro il passaggio della mano dell’artista che le lascia ruvide e spesso mutilate perché nascano già antiche ma sempre attuali, come l’essenza più profonda e comune dell’uomo.


Marino Marini è sempre riuscito a parlare a tutti, in Italia e sulla scena internazionale e a cogliere i segni dei tempi.

Le sue opere hanno avuto da subito grande seguito: basti pensare alle scene dei film Sabrina di Billy Wilder (1954) e Indovina chi viene a cena di Stanley Kramer (1967) che ospitavano già allora le sue sculture.

Tutto questo in sintesi sono le mostre in corso a Pistoia.

Il dialogo che Marino ha sempre avuto col passato e col suo presente è oggetto della retrospettiva dal titolo Marino Marini. Passioni visive a Palazzo Fabroni, organizzata in collaborazione con la Fondazione R. Guggenheim di Venezia, dove si trasferirà dal 27 gennaio, e curata da Barbara Cinelli e Flavio Fergonzi con un Comitato scientifico d’eccezione.

L’idea fondante della mostra è ripercorrere, dagli anni ’20 agli anni ’60, le fasi delle ricerca plastica attraverso dieci sezioni, mettendole visivamente a confronto con opere antiche (etrusche, greche, egizie, medievali, rinascimentali) e con quelle degli artisti più vicini a Marino (Manzù, Martini, De Fiori, Maillol, Rodin, Richier).

La ricerca e l’evoluzione di Marino proseguono per tutta la vita, con esiti originali e personali ma sempre guardando alle sue radici. Diceva infatti: in “Toscana bisogna spesso tornarci perché è l’architettura di noi stessi. Vi trovi sempre una precisione assoluta che è quella dell’anima”.

“Il personaggio io è nato lì (in Toscana), è nato in quella zona per cui i nostri nonni erano quelli, è la radice che monta ancora da quelle manifestazioni. E’ una civiltà che ancora esce dalla terra e nutre ancora dei personaggi. Io mi sento estremamente legato alla mia terra, estremamente legato alla civiltà della mia terra. Questo senso popolare, diciamo arcaico, enormemente vivo, ce l’abbiamo nel sangue non possiamo togliercelo” (dagli scritti curati dalla moglie Marina).

La sensibilità ai fatti contemporanei e la guerra mondiale – che in Toscana abbiamo ben conosciuto e il cui ricordo è vivo ancora oggi – lo porteranno verso forme plastiche sempre più esistenziali, impressioniste, astratte, cubiste: le sculture sono attraversate e dilaniate, le forme scomposte, i cavalieri disarcionati. L’uomo sempre più geometrico esplode nello spazio lungo traiettorie del dolore, allontanandosi dal naturalismo delle origini.

Fondamento e cornice della mostra Passioni visive è naturalmente costituito dalla Fondazione Marino a Palazzo del Tau, a pochi passi da Palazzo Fabroni, dove si trovano una bellissime gipsoteca (davvero utile per comprendere il lavoro del Maestro) e tutte le opere donate alla Fondazione (sculture, dipinti, tempere, disegni, litografie ecc.).

Per dare rilievo al lavoro pittorico dell’artista (immeritatamente meno noto della produzione scultorea e certamente non inferiore), fino al 7 gennaio la Fondazione ha allestito la mostra Mirò e Marino. I colori del Mediterraneo  poiché, come afferma Maria Teresa Tosi, Direttore della Fondazione Marini, a proposito dei rapporti tra i due artisti: “la grande affinità linguistica li rende vicini nell’esprimere la vitalità e la gioia di vivere attraverso l’uso del colore”.

I dialoghi tra i due Maestri sono vivi e autentici.

Ne viene fuori la vitalità dirompente del colore perché, di nuovo, la nostra natura – che è quella di Marino – erompe dalle tempere e dalle tele e ci travolge per il calore e per la “mobilità del colore” nonostante questi lavori risalgano anche alla fase tarda della sua malattia.

Completa l’indagine la mostra Kengiro Azuma. Una vita in Italia, allestita all’interno della Fondazione e rivolta all’amico e allievo Kengiro Azuma, che Marini stesso spinge ad abbandonare la ricerca emulativa e a ricercare le proprie origini, la  propri patria e la propria intima identità. Cioè la propria anima.

Molte opere giovanili di Azuma sono senz’altro un tributo al Maestro ma le opere successive – seguendo la lezione di Marino Marini –esprimono potentemente “le cristallizzazioni silenti del pensiero” (M. Bazzini) che ci riportano alle origini della cultura giapponese, alla filosofia Zen ed alle sue premesse esistenziali e spirituali.

In sintesi, grazie agli eventi culturali in corso a Pistoia, capitale italiana della cultura 2017, la contestualizzazione del percorso artistico del Maestro Marino Marini è, a mio avviso, duplice: da un lato identitaria e locale e, dall’altro, internazionale e direi atemporale, proiettando l’artista in una dimensione dialogica e diacronica.

L’offerta di mostre concentrate nella stessa città di Pistoia, così  agevoli da visitare e così immediate sul piano emotivo, offre, a mio avviso, una occasione imperdibile per avviare una riflessione critica personale da trasferire, infine, su noi stessi.

Siamo tornati a casa con una lezione profondamente umana che ha attraversato artisti e culture di ogni tempo e messo sempre al centro la sua (la nostra) storia di uomo toscano che ha supportato ogni dialogo e consentito ogni misurata contaminazione con gli artisti di ogni tempo.

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