A Palazzo Strozzi tra Guttuso, Fontana e Schifano: storia di una emancipazione

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La mostra in corso a Palazzo Strozzi: “Nascita di una Nazione, tra Guttuso, Fontana e Schifano” documenta l’importante esperienza della emancipazione italiana attraverso l’Arte Informale, le sperimentazioni sulle immagini e sui gesti della POP, l’Arte povera, l’Arte concettuale, per chiudere con un accenno ai contemporanei ed alla ricerca, ancora in corso, sulla nostra identità.

L’opera di 

Guttuso Boogie Woogie, 1953 rende visibile la contrapposizione fra pittura realista e pittura astratta, fondamentale chiave di lettura del dibattito degli anni ’50 e ’60: Guttuso pone in primo piano i giovani inquieti ed insoddisfatti, protagonisti di un incerto ed equivoco rinnovamento sociale, mentre sul fondo a destra, con chiaro intento polemico ed ironico, inserisce un frammento del quadro astratto Broadway Boogie Woogie di Piet Mondrian, del 1943, che raffigura la vita cittadina in una luminosa visione sintetica e geometrica, che ha definitivamente abbandonato ogni esigenza figurativa.

L’accademia e le regole scientifiche e razionali non appaiono più sufficienti ed adeguate a descrivere la nuova contemporaneità!

La mostra intende così “mettere in luce il rapporto tra l’arte e le culture, le società e la politica italiana a partire dal secondo dopoguerra alla fine degli anni Sessanta: in particolare tra il “miracolo economico” (1958-1963) e il Sessantotto”, descrivendo la nascita di queste nuove concezioni artistiche che, al tempo, costituivano le ricerche di avanguardia.

L’allestimento è reso attraverso una efficace suggestione emotiva, spaziale e visuale, mediante accorgimenti nella esposizione e illuminazione delle opere, accomunate da colori omogenei e prevalenti, esaltati nel nero, bianco e rosso.


NERO. L’astrazione e l’arte informale (la grande triade Vedova, Fontana, Burri) è ospitata nella prima grande sala in penombra, dove si utilizzano colpi di luce scenografica per esaltare le grandi opere. La straordinaria pittura gestuale di Emilio Vedova viene impressa nella mente sotto il lampo di un flash così come i riflessi sui tagli nel rame lucente di Lucio Fontana.

Ancora la penombra ed i colpi di luce sull’arte povera nella penultima sala sottolineano le opere di Mario Merz, Luciano Fabro, Alighiero Boetti e Jannis Kounellis.


BIANCO. Per contrappunto, uscendo dalle sale scure, il bianco accecante definisce lo spazio astratto e siderale della nuova luminosa direzione artistica, espressa ancora attraverso Fontana, Consagra, Viani, Scarpitta, Savelli, Manzoni, Turcato. L’astrazione e la ricerca quasi sacrale con assenza di colore (nella sala che ospita, peraltro, la Merda d’artista di Piero Manzoni) rende indelebili i contrasti e le divergenze che le avanguardie avevano prodotto e che lasceranno per sempre nella storia dell’arte.


ROSSO. Il rosso, ampiamente presente già nella prima opera di Guttuso, che accoglie gli spettatori all’ingresso della mostra, è protagonista della penultima grande sala che ospita le tele di Mario Schifano “punto di riferimento dell’alternativa italiana all’arte POP” insieme a Sergio Lombardo, a Franco Angeli col suo alfabeto di simboli del potere e falce e martello, a Giulio Paolini che allude al sincretismo culturale, usando l’arte per leggere e rappresentare l’attualità, tra cronaca e politica.

La mostra allude chiaramente alla nostra emancipazione dalla linea internazionale. In questo può leggersi uno degli aspetti della nascita della nostra Nazione e della ricerca della nostra identità italiana.
Non c’è più subordinazione ma autonomia culturale dalle grandi concorrenti internazionali: neo-pop, arte povera ed arte concettuale costituiscono una emancipazione della cultura italiana dalla linea americana.

In tal senso è da leggere la sala dedicata a Domenico Gnoli, al suo realismo esasperato e al dominio del particolare e, ancor più, alla sala “Progettare-partecipare: ECO” che rappresenta le esperienze di uno dei gruppi più attivi in Italia sulla percezione ottico cinetica. La sala propone una installazione interattiva e immersiva, composta da pannelli fotovoltaici che catturano e conservano l’ombra di chi vi si avvicina.

L’esplosione della fertilità dell’ultima sala ci porta, infine, verso nuove identità, nazionali o transnazionali, europee ed internazionali, con cui ci stiamo ancora oggi confrontando, nella continua ridefinizione della nostra “identità nazionale” che si misura, ancora oggi, con gli artisti e le opere degli anni ’50 e ’60, continuando ricerche e sperimentazioni che si contrappongono ai movimenti internazionali e statunitensi per rappresentare “una nazione che guarda a se stessa e alla sua storia mentre entra in un periodo di forti contrasti” (cfr. Rovesciare i propri occhi, G. Penone).

Un vecchio anarchico, diventato anarchico in vecchiaia, che ha visitato la mostra insieme a Noi, non del tutto sedotto e convinto dalla linea vincente della nuova cultura dell’avanguardia, ci invita a non cedere alle facili suggestioni“Questa è la storia dei vincitori! Ma Nessuna scelta è neutrale e lascia sul campo i poeti dell’altra schiera. Cristo si fermerà sempre a Eboli! La storia fra vinti e vincitori si ripete.. sempre!”.

Noi ascoltavamo, perplessi ed impreparati ad una risposta definitiva, le rinnovate provocazioni. E ci stiamo ancora riflettendo..

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