Livorno ricorda lo scrittore Carlo Coccioli

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Venerdì 15 maggio ricorre il centenario della nascita a Livorno dello scrittore Carlo Coccioli, un “intellettuale scomodo”, nato appunto il 15 maggio 1920. Per ricordarlo, la Biblioteca Labronica ha organizzato due appuntamenti virtuali.

“Era stanco di non avere nessun respiro qui, nell’ambiente letterario italiano – ha raccontato il nipote Marco – Amava Livorno, ne ha sparpagliato i ricordi un po’ in tutte le sue opere. Eppure è stato sempre condannato ad abitare lontano dal mare”.

Sulla pagina Facebook della Biblioteca Labronica un collage di foto e di scritti dello scrittore, mentre una voce fuori campo ne racconta la vita e le principali opere. Sullo stesso social, un video lettura a cura degli operatori della Biblioteca Labronica e della cooperativa Itinera. A seguire un ritratto a cura dell’assessore alla Cultura Simone Lenzi e del nipote di Carlo Coccioli, Marco. All’incontro anche il giornalista Marco Ceccarini, che ha conosciuto Coccioli durante i due anni del suo ultimo soggiorno livornese.

Carlo Coccioli narratore e intellettuale fuori dagli schemi, autore di un gran numero di libri, libri tradotti in almeno 15 lingue. Molto conosciuto all’estero, più che in Italia, e specialmente in Messico dove si trasferì “in esilio volontario” nel 1953. Partigiano e medaglia d’argento al valor militare per la resistenza partigiana, Carlo Coccioli nasce a Livorno.

Dopo aver passato l’infanzia e l’adolescenza in Libia, al seguito del padre, rientrò in Italia per completare gli studi. Richiamato alle armi, dopo l’8 settembre 1943 si unisce alle prime formazioni partigiane sull’Appennino Tosco-Emiliano. Catturato dai tedeschi, evade dalla prigione di Bologna; a guerra conclusa, fu insignito della medaglia d’argento al valore militare per gli avvenimenti della Resistenza.

Nell’immediato dopoguerra, si laurea in lingue e letterature orientali (araba ed ebraica) presso l’Istituto Orientale di Napoli. A questo periodo risalgono le prime esperienze letterarie che lo portano a Parigi dove pubblica nel 1950 “Il cielo e la terra”, romanzo, di ambientazione bellica e pervaso da una forte tensione religiosa, che ebbe un enorme successo.

Nel 1952, Coccioli pubblica “Fabrizio Lupo”, racconto in termini espliciti della scoperta da parte del protagonista (un cattolico) della propria omosessualità. La rappresentazione, in tutti i suoi aspetti, di un caso di omosessualità interpretato come una forma dell’amore, omosessualità come Amore con la maiuscola. «Eppure, nonostante le difese e le astuzie, nonostante le schermaglie formali e i sotterfugi, è chiarissimo che in questo libro Coccioli si gioca tutta intera la propria sincerità; che le pagine sono carne viva e che riuscire a scriverlo era per lui questione di vita o di morte, quali che ne fossero le conseguenze», ha scritto Walter Siti.

Il rapporto di Coccioli con la sua città di origine viene riannodato nell’età matura.

Infatti a Livorno era rimasto poco anche da ragazzo perché aveva seguito con la famiglia il padre ufficiale in Libia, ma questo legame in realtà è stato per lui una traccia incancellabile.

Si portava dentro la voglia di mare, la nostalgia della città in cui era nato, tanto da scegliere di venirci ad abitare, in Venezia, sugli scali delle Ancore per un paio d’anni tra il 1994 e il 1996.

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