Il maestro orafo Paolo Penko turista a Palazzo Vecchio

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Paolo Penko, Maestro d’Arte Orafa, designer e scultore fiorentino ha approfittato della Festa della Repubblica per una visita a Palazzo Vecchio che ha riaperto al pubblico dopo la chiusura per la pandemia. Lo scultore ha attraversato il percorso museale pubblicando alcune foto sui social network e commentando “Un percorso unico al mondo…“. Un vero e proprio invito a ritornare a Firenze, un testimonial d’eccezione per il rilancio della città, vetrina dell’arte nel mondo.

Paolo Penko per la sua abilità e la creatività che trae ispirazione dal Rinascimento sarebbe stato un artigiano apprezzato da Lorenzo il Magnifico all’epoca del mecenatismo ed è per questo che la sua visita tra le sale di Palazzo Vecchio si riempie di fascino annullando il tempo e lasciando trionfare solo il gusto estetico dell’arte nella sua purezza.

I simboli del potere di Cosimo I dei Medici quali il Collare del Toson d’oro, lo Scettro e la Corona granducale realizzati dal maestro orafo fiorentino Paolo Penko, sono visibili nella Sala delle Udienze del Museo di Palazzo Vecchio, a Firenze, nell’ambito del percorso “Nel palazzo di Cosimo. I simboli del potere” ideato e curato da Carlo Francini e Valentina Zucchi L’iniziativa, a cura di Comune di Firenze e MUS.E in collaborazione con Paolo Penko e Fondazione Arte della Seta Lisio rientra nelle Celebrazioni per il Cinquecentenario dalla nascita di Cosimo I e Caterina de’ Medici, promosse da un Comitato organizzatore costituito da oltre venti istituzioni culturali cittadine e coordinato dal Comune di Firenze.

Paolo Penko ha raccontato “Da anni coltivavo il desiderio di realizzare la corona per Cosimo I, avevo 20 anni quando ho iniziato a ricreare elementi legati alle arti visive, all’architettura, agli eventi storici e culturali del nostro territorio, con la volontà di rendere omaggio ai grandi maestri. L’idea della corona risale a 6anni fa, quando la BBC mi chiese di studiare e di ricreare il Toson d’oro e un dettaglio della corona per un documentario sui simboli del potere. Era una grande sfida: un lavoro importante per il quale servivano tempo, studio e ricerca. Grazie all’occasione del cinquecentenario della nascita di Cosimo de’ Medici, e all’idea di Carlo Francini di realizzare il percorso dedicato al Granduca Cosimo in Palazzo Vecchio, iniziai a lavorare al progetto insieme a mia moglie, ai miei figli e a tutti i giovani collaboratori, partendo dalla ricerca iconografica: ritrovare tutte le immagini dove erano rappresentate le corone, i testi in cui se ne parlava, per mettere insieme una forma e portare avanti una scelta stilistica precisa. Non si trattava di fare una copia perché la corona non esiste più, fu fusa immediatamente: si è trattato di ridarle vita, prendendo come riferimento la bolla di Pio V che la illustra. Ho passato un mese a studiare e sviluppare tutti i dettagli, tenendo conto anche delle tecniche e degli strumenti dell’epoca e confrontandomi con altri artigiani del territorio, alla ricerca di materiali e soluzioni in linea con quell’dell’epoca. Spero che questa impresa possa essere anche di esempio alle nuove generazioni: è l’esperienza di un artigiano che nel corso dei suoi 35 anni di attività è partito con le prime riproduzioni ed è arrivato a creare un’opera maestosa”.

Lo Scettro Granducale è stato eseguito in conformità con il grande dipinto su lavagna di Jacopo Ligozzi (1590 circa), raffigurante proprio l’incoronazione granducale di Cosimo avvenuta a Roma nel marzo 1570, e con i ritratti di Cosimo Granduca, quali i dipinti di Giovan Battista Naldini (Gallerie degli Uffizi, 1585) e di Ludovico Cardi detto il Cigoli (Palazzo Medici Riccardi, 1603).

La Corona Granducale, prezioso esemplare di arte orafa, riproduce invece il disegno presente nella Bolla Papale di Pio V del 24 agosto 1569, custodita presso l’Archivio di Stato di Firenze: ha 19 punte, alternate in argento e oro con pietre ed elementi decorativi; al centro fiorisce il Giglio fiorentino, smaltato in rosso con lumeggiature dorate. Sotto si trovano un astragalo con perline e un fregio di dentelli con perle e ovuli smaltati, mentre nella fascia centrale è riportata la seguente scritta, cesellata e incisa a bulino: Pius V. Pont. Max. ob eximiam dilectionem ac catholicae religionis zelum praecipuumque iustitiae studim donavit (Pio V Sommo Pontefice donò per l’eccezionale devozione e per lo zelo nei confronti della religione cattolica e per il particolarissimo amore della giustizia). Al centro della fascia spicca un cammeo in calcedonio sardonice, sul quale è intagliata la personificazione del fiume Arno. Inferiormente vi è una modanatura con smeraldi e ioliti in castoni, distanziati da perle.

Il Collare del Toson d’oro, conferito a Cosimo da Carlo V nel 1546, è stato realizzato così come rappresentato nel ritratto del Duca della collezione Castello Odescalchi di Bracciano (1551): è composto di 25 acciarini intrecciati, alternati a elementi che simulano le pietre focaie circondate da fiamme; il pendente riproduce il Tosone, correlato alla leggenda del Vello d’oro.

Profondo conoscitore dell’arte Rinascimentale Penko ha la sua bottega a pochi passi dal Duomo, dove con la moglie Beatrice e i figli Alessandro e Riccardo, crea gioielli unici, realizzati completamente a mano, secondo le antiche tecniche della tradizione orafa fiorentina.

Lo stile fiorentino è la fonte primaria d’ispirazione per le gioie e per gli argenti di Penko, che rimandano alle volute, ai girali, ai fregi, alle piccole geometrie e alle tarsie disegnate dai maestri dell’architettura fiorentina. Il traforo, l’incisione a bulino, il niello e l’agemina, sono le tecniche magistralmente adoperate nella creazione dei gioielli in oro ma anche nella realizzazione delle opere in argento.

Numerose sono le opere realizzate per Santa Maria del Fiore, dal coprimessale all’ostensorio e quelle per la Santa Messa celebrata da Papa Francesco a Firenze nel novembre 2016, come i 40 calici e la Croce per la Mensa Eucaristica. A Firenze alcune delle sue opere più significative sono entrate a far parte della collezione del Bargello e del Museo degli Argenti di Palazzo Pitti.

All’ingresso della bottega di Paolo Penko c’è una frase ripresa da un antico statuto senese che recita “Et neuna cosa, quanto sia minima può avere cominciamento o fine senza questa queste tre cose, cioè senza potere, et senza sapere et senza con amore volere”.

“L’amor volere è quello che muove il fare di tanti artigiani, anche giovani, da cui continuo a imparare” è questo il motto di Penko.

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